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I libri e le teorie di Federico Faggin (agosto 2025) Federico Faggin Il fisico, inventore ed imprenditore Federico Faggin, nato a Vicenza nel 1941 e da molto tempo residente in California, è noto per essere stato l'ideatore ed il progettista del microprocessore con tecnologia MOS al silicio (Intel 4004 del 1971), e per aver svolto un ruolo importante nello sviluppo della tecnologia touchpad e touchscreen con l'azienda Synaptics di cui è stato uno dei fondatori nel 1986. Nel dicembre 1990, mentre era in vacanza con la famiglia sul lago Tahoe, Faggin ebbe un'esperienza non ordinaria – da lui stesso chiamata risveglio – che descrisse in questi termini: «...mentre aspettavo in silenzio di addormentarmi di nuovo, sentii emanare dal mio petto una potente carica di energia-amore mai provata prima. Questo sentimento era chiaramente amore, ma un amore così intenso e così incredibilmente appagante che superava qualsiasi mia idea ed esperienza sulla natura dell'amore. Lo percepivo come un ampio fascio di luce bianca, scintillante, viva e beatifica che prorompeva dal mio cuore con incredibile forza. Ancora più incredibile era sperimentare che la sorgente di quell'amore ero io! Improvvisamente quella luce esplose, e riempì l'intera stanza per poi espandersi ad abbracciare l'intero universo con lo stesso bianco splendore. Allora seppi senza ombra di dubbio che questa era la "sostanza" di cui tutto ciò che esiste è fatto. Era ciò che ha creato l'universo partendo da sé stessa. Con enorme sorpresa riconobbi che quella luce ero io! L'intera esperienza durò forse meno di un minuto e mi cambiò per sempre». Possiamo riconoscere in questa esperienza, pur nella sua brevità, la manifestazione di quella particolare energia, descritta come luce-amore, della quale abbiamo segnalato la presenza e gli effetti in diverse NDE. In seguito a questa sua esperienza, Faggin sentì un interesse crescente nei confronti della coscienza e della comprensione del ruolo che essa ha non solo in relazione alla vita interiore di noi umani, ma per la stessa conoscenza della realtà. Alla luce della sua competenza nel campo dell'informatica e della fisica classica e quantistica, cominciò ad elaborare una teoria che ha divulgato negli anni recenti in tre libri pubblicati: Silicio - Dall'invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza (Mondadori, 2019), Irriducibile - La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura (Mondadori, 2022), e Oltre l'invisibile - Dove scienza e spiritualità si uniscono (Mondadori, 2024). Nel 2020, in collaborazione con Giacomo Mauro D'Ariano, docente di fisica teorica all'Università di Pavia e direttore del gruppo di ricerca Quantum Information Theory (teoria dell'informazione quantistica), ha pubblicato in inglese un articolo (aggiornato nel 2021) dal titolo Hard Problem and Free Will: an information-theoretical approach (Il problema difficile ed il libero arbitrio: un approccio teorico-informatico), che può essere liberamente scaricato dal sito di arXiv. Non sono in grado di esprimere un parere competente su quanto esposto in tale articolo, poché le mie conoscenze sull'informatica quantistica sono superficiali e limitate e non ho le risorse matematiche per comprendere con adeguata profondità la teoria quantistica dei campi. Posso solo dire che, da una ricerca condotta su internet usando l'intelligenza artificiale, non mi risulta che fino ad oggi (agosto 2025) l'articolo sia stato sottoposto ad una revisione paritaria o abbia suscitato un particolare interesse tra gli esperti in quel campo: non resta dunque che attendere gli sviluppi futuri. Per quanto riguarda l'aspetto divulgativo delle teorie elaborate da Faggin, consiglio a tutti coloro che fossero interessati di leggere i suoi libri – in particolare il secondo (Irriducibile) – e di ascoltare qualcuno dei suoi numerosi interventi e conferenze che negli anni recenti sono stati pubblicati su YouTube, per i quali rimando a questo URL. Ciascuno è libero di interpretare le teorie di Faggin alla luce di quanto la propria psiche e le proprie risorse intellettive critiche gli suggeriscono. Sebbene l'autore introduca anche una nuova terminologia (usando vocaboli ed espressioni come seity, unità di coscienza, informazione viva, ecc., sul significato dei quali ci soffermeremo tra poco), lui stesso riconosce che quanto ha elaborato è stato in precedenza detto anche da altri, in una forma o nell'altra, ma che nessuno prima di lui è stato in grado di dimostrare il valore scientifico di tali elaborazioni teoriche. Sotto diversi aspetti la lettura dei libri di Faggin (o l'ascolto dei suoi interventi) può avere un effetto illuminante e stimolante sulle esperienze mentali di ciascuno di noi, e molte delle sue elaborazioni sui vari temi da lui trattati presentano analogie con quanto io ho esposto in questo sito e nelle pagine di questo blog. Ritengo tuttavia che non tutto ciò che Faggin scrive o dice sia elaborato con sufficiente chiarezza, e pertanto in questa pagina esporrò anche le mie critiche. Esposizione sintetica della teoria di Faggin: prima parte La teoria di Faggin è esposta nel suo secondo libro (Irriducibile), al quale farò riferimento. Il terzo libro (Oltre l'invisibile), scritto in forma di dialogo con Viviana Sardei, cognata dell'autore, ha un carattere più divulgativo ed in parte didascalico, anche se può offrire qualche ulteriore spunto di riflessione. Nel primo capitolo (La natura della realtà fisica), Faggin ripercorre i progressi della fisica classica da Copernico, Galilei e Newton fino ad Einstein, sottolineando l'importanza della sperimentazione ed il fatto che ogni teoria viene scientificamente accettata fino a quando supera ogni esperimento di convalida, mentre basta un solo esperimento i cui esiti non sono conformi a quelli previsti per farla ritenere superata o da modificare. Le scoperte ed i successi della fisica classica determinarono quella fiducia nel carisma della scienza che caratterizzò il positivismo ottocentesco, alimentando l'ingenua illusione che l'umanità sarebbe riuscita a comprendere ed a controllare tutte le leggi di una realtà considerata come oggettiva ed immutabile. Alla fine dell'Ottocento, tuttavia, alcuni fenomeni come la radiazione del corpo nero, l'effetto fotoelettrico e le trasformazioni di Lorentz, restavano ancora inspiegabili alla luce della fisica classica. La teoria dei quanti di luce (successivamente scoperti e chiamati fotoni) proposta da Einstein nel 1905 per spiegare l'effetto fotoelettrico, segnò l'inizio di quell'autentica rivoluzione che, nel corso del Novecento, cambiò radicalmente gli schemi mentali interpretativi sui quali si fondava la fisica classica. Il primo capitolo si chiude con alcuni cenni all'origine della meccanica quantistica e della teoria quantistica di campo degli elettroni, e con un paragrafo dal titolo significativo (La fine della certezza) in cui si fa riferimento al teorema di incompletezza di Gödel. Il secondo capitolo (La natura della realtà quantistica) è dedicato alla teoria quantistica dei campi (TQC). Citando quanto scrive l'autore: «Secondo la TQC, particelle elementari, atomi, molecole, proteine, cellule, organi e organismi viventi costituiscono organizzazioni gerarchiche di stati appartenenti ai campi quantistici, con una complessità in continua espansione. Tali campi hanno spazio e tempo in comune e sono le entità fondamentali che, interagendo tra di loro, creano tutto ciò che esiste fisicamente. Per esempio, tutti gli elettroni del nostro corpo, insieme a tutti quelli del resto dell'universo, sono onde o stati quantistici dello stesso campo quantistico di elettroni. Ciascuna onda quantistica descrive la sovrapposizione dei possibili stati di un elettrone con probabilità specificate dal quadrato dell'ampiezza delle onde componenti che rappresentano ciascuno stato. So che questa spiegazione sembra inverosimile, tuttavia per il momento non c'è un modo più semplice per esprimerla». Dato che Faggin basa le sue teorie sulla reale esistenza dei campi quantistici di probabilità, dei quali noi percepiamo gli effetti che si manifestano nella dimensione fisica sotto forma di particelle, è opportuno chiarire meglio in cosa consiste tale presupposta realtà, considerando che lo stesso autore sceglie il seguente titolo per uno dei paragrafi del capitolo: «In realtà non sappiamo che cosa sia veramente una particella». La percezione ordinaria della realtà fisica che noi registriamo con i nostri sensi e le nostre facoltà mentali fa riferimento a sostanze stabili (al di là dei mutamenti e delle trasformazioni a cui sono soggette nel tempo), dotate di particolari caratteristiche di volume, di densità e di qualità visive che ci permettono di distinguerle. Ovviamente, noi abbiamo una rappresentazione mentale della realtà di queste sostanze, almeno in parte condizionata anche dai programmi interpretativi appresi culturalmente. Impegnandosi a conoscere in profondità la struttura delle sostanze materiali, considerate come elementi di una realtà oggettiva la cui esistenza era indipendente dalla mente di coloro che la indagavano, la fisica classica pervenne al modello atomico di Rutherford-Bohr. In tale modello un certo numero particelle come i protoni (dotati di carica elettrica positiva unitaria e di massa) ed i neutroni (dotati di massa appena superiore a quella del protone ma privi di carica elettrica) sono a stretto contatto nel nucleo dell'atomo di ciascun elemento, mentre a grande distanza dal nucleo, su vari livelli predefiniti, orbitano gli elettroni, dotati di carica elettrica unitaria negativa, la cui massa è 1836 volte inferiore a quella del protone. Il numero dei protoni caratterizza ciascun elemento, ed il numero dei neutroni determina il particolare isotopo di quell'elemento. Nell'atomo non ionizzato il numero degli elettroni è uguale al numero dei protoni. Le interazioni di natura elettrostatica o elettrodinamica generate dalle nuvole di elettroni degli atomi degli elementi creano delle associazioni più o meno stabili dalla struttura bi- o tridimensionale, chiamate molecole, ciascuna delle quali corrisponde ad una nuova sostanza (fatta eccezione per le molecole costituite esclusivamente da atomi dello stesso elemento), in accordo con le dinamiche energetiche studiate dalla chimica. Il quadro che ne risulta è soddisfacente per le esigenze tecnologiche ed industriali, e sufficientemente chiaro per essere intuitivamente compreso dalle normali risorse dell'intelligenza umana. Ovviamente questo modello atomico dinamico presenta dei limiti, in parte determinati dagli effetti delle energie ad esso associate e delle forze risultanti, ed in parte dal fatto che, sebbene vengano considerate puntiformi dal modello standard della fisica, le particelle del nucleo (protoni e neutroni) hanno pur sempre una dimensione che, per quanto minuscola in relazione alle nostre facoltà percettive, non è nulla. Ogni volta che l'intelligenza umana (intesa come intelligenza di alcuni esseri umani) si trova a dover affrontare nuovi problemi che non possono essere risolti alla luce delle conoscenze già acquisite, essa è in qualche modo obbligata a cercare dei nuovi modelli interpretativi che permettano di comprendere e di prevedere quanto viene sperimentalmente osservato nel tempo, in conseguenza dei progressi tecnologici che rendono possibile la realizzazione di strumenti di osservazione e di sperimentazione sempre più complessi ed efficienti. Vorrei sottolineare il ruolo fondamentale svolto dal tempo nell'evoluzione dei modelli conoscitivi elaborati dalla mente umana: è come una frontiera che viene continuamente spostata in avanti, senza che sia mai possibile raggiungere una conoscenza definitiva ed ultima. Dunque è molto importante che l'idea di una struttura discreta della materia (ed anche dell'energia e dello stesso spazio-tempo), fondamentale per la fisica delle particelle e per la teoria dei quanti, trovi un riscontro nella realtà sperimentale. Fino ad oggi, le caratteristiche di particelle come il fotone o l'elettrone convalidano quest'idea, mentre il protone ed il neutrone sono considerati come il risultato della complessa interazione di particelle denominate quark e gluoni, che non sono direttamente osservabili singolarmente. Va tenuto presente che la teoria quantistica dei campi a cui fa riferimento Faggin nel secondo capitolo del suo libro consiste in una interpretazione teorica di quanto avviene nella realtà sperimentale a livello di particelle subatomiche considerate singolarmente o nelle loro reciproche interazioni. Nel paragrafo La visione del mondo della fisica quantistica Faggin cita sia Einstein ("Il mondo come lo abbiamo creato è il risultato del nostro pensiero. Non possiamo cambiarlo senza cambiare il nostro modo di pensare") che Heisenberg ("L'idea di un mondo reale oggettivo le cui parti più piccole esistono oggettivamente nello stesso senso in cui esistono le pietre o gli alberi, indipendentemente dal fatto che le osserviamo o meno… è impossibile"). È evidente che la nostra interpretazione della realtà è sempre stata un'elaborazione mentale, e dunque può essere considerata una creazione della psiche umana, che si trasforma e si modifica anche radicalmente nel tempo. Tuttavia, come afferma Heisenberg, un mondo reale oggettivo (le pietre e gli alberi della realtà fisica) esiste, così come esiste un organismo mediante il quale ognuno di noi sperimenta gli effetti della realtà fisica determinati dalla nostra psiche. Le cose cambiano solo quando si considerano i comportamenti e le interazioni di particelle estremamente piccole, almeno in relazione alle risorse percettive dei nostri sensi. Penso che Faggin sia ben consapevole di questa differenza, dato che continua a considerare validi i risultati della fisica classica nel loro ambito dimensionale, alla luce dell'equilibrio statistico garantito da sistemi formati da un numero enorme di atomi e di particelle. Nel paragrafo Una concezione monistica dell'universo l'autore introduce il concetto (per la verità non molto originale) di una forma di panpsichismo, per il quale mente e materia sono due aspetti irriducibili ed inseparabili della stessa realtà. Il capitolo 3 (La natura delle macchine) è interessante ma non essenziale per la nostra analisi, mentre i capitoli 4 e 5, che riguardano l'informazione, esaminano la storia e l'importanza di questo concetto sia per le sue applicazioni umane nel campo dell'informatica, sia per le sue implicazioni nell'organizzazione e nella gestione delle strutture degli organismi viventi, come evidenziato anche nella pagina di questo sito dedicata all'origine della vita. Sotto quest'aspetto, le considerazioni di Faggin esposte nel paragrafo La meravigliosa struttura delle cellule presentano molte analogie con quanto io stesso scrivevo più di dieci anni fa. Molto importanti sono anche le considerazioni dell'autore sul valore semantico dell'informazione e sulla diversa interpretazione soggettiva degli stessi eventi da parte di individui organici distinti, compresi gli esseri umani. Anche il capitolo 6 (La natura della vita) contiene osservazioni interessanti sulla complessità dei comportamenti intenzionali (almeno apparentemente) di organismi unicellulari privi di un sistema nervoso organizzato e complesso, ed a mio avviso interpreta correttamente gli organismi viventi come elaboratori di informazione, evidenziando le differenze fondamentali tra una cellula e un computer. Il capitolo 7, che conclude la prima parte del libro, è dedicato alla coscienza, che viene così rappresentata dall'autore: «La nostra coscienza è lo spazio semantico interiore dove i segnali provenienti dal mondo fisico all'interno e all'esterno del corpo ed elaborati dal cervello assumono la forma di sentimenti, sensazioni e significati, ossia di "qualia"». Nell'edizione inglese del libro sono riportati alcuni ulteriori chiarimenti che mancano nell'edizione italiana: «I qualia si riferiscono a ciò che "si prova" quando una sensazione o un sentimento emerge nella nostra coscienza. Si noti che la natura delle sensazioni è completamente diversa dalla natura degli eventi fisici. Un evento fisico accade nello spaziotempo ed è accessibile "dall'esterno" attraverso i nostri sensi e strumenti fisici. Questo produce una cosiddetta esperienza in terza persona condivisa da tutti gli osservatori. Una sensazione è invece un'esperienza privata, in prima persona, accessibile solo "dall'interno" al proprietario della coscienza. Tuttavia, l'interiorità di cui parlo non è una dimensione fisica». Il proprietario della coscienza è ciò che io chiamo l'io cosciente. Esposizione sintetica della teoria di Faggin: seconda parte È importante leggere con attenzione il capitolo 7, dedicato alla coscienza, del libro di Faggin, ed eventualmente fare un confronto su come lo stesso argomento viene affrontato e trattato in questo sito, sia nella pagina delle Definizioni che in quella su La coscienza nella sezione la psiche, e nelle pagine su La coscienza intelligente del blog 2020 e su La vita e la coscienza del blog 2021. Faggin, ovviamente, parte dall'esperienza interiore di ogni singolo essere umano dotato di un cervello funzionante in modo normalmente corretto: dunque, con maggior precisione, deve partire dalla propria esperienza interiore che, per ragioni che esamineremo più avanti, viene estesa anche a tutti gli esseri umani ritenuti coscienti. Tuttavia nel presente sito la coscienza viene considerata come una funzione, più o meno efficiente e potenziata, che connette l'io cosciente di ogni individuo con quella particolare gamma di eventi e di dinamiche della psiche umana sintonizzata mediante l'attività cerebrale. Le sintonie della psiche sperimentate dall'io cosciente possono essere molto diverse da un individuo all'altro, dunque non è possibile né corretto fare riferimento ad un modello standard dell'essere umano, se non per particolari esigenze collettive di semplificazione. Sebbene in alcuni punti della sua trattazione Faggin sia abbastanza preciso nel mettere a fuoco le qualità della coscienza, non di rado resta nel vago, e di conseguenza non è chiaro a cosa si riferisce con quel termine, che a seconda dei casi può essere interpretato come io cosciente, come intelligenza o come psiche: una parola, quest'ultima, che l'autore non usa quasi mai, preferendo parlare dei qualia, senza specificare che essi rappresentano particolari modalità con cui alcune sintonie della psiche umana vengono sperimentate dall'io cosciente. In merito alla coscienza, va sempre tenuto presente che l'io cosciente di ciascun essere umano sperimenta direttamente la propria coscienza, ed interpretando il comportamento degli altri esseri umani anche alla luce dei programmi ricevuti dal proprio ambiente socioculturale, in base alle comunicazioni e delle informazioni che ottiene mediante le interazioni con gli altri, ritiene ragionevolmente che gli altri siano dotati di una coscienza molto simile alla sua. Nella pagina su La vita e la coscienza ho esposto le ragioni per cui si può ipotizzare la presenza di forme di coscienza anche negli animali superiori dotati di un sistema nervoso sufficientemente sviluppato, senza che tuttavia si possano stabilire analogie affidabili tra la loro coscienza (considerata nella sua funzione di veicolo delle istanze e delle dinamiche della psiche) e la nostra, in assenza di un sistema di comunicazione condiviso. Da un'attenta lettura di quella pagina risulta evidente come sia necessario disporre di un sistema nervoso molto complesso affinché la coscienza possa funzionare adeguatamente nella realtà fisica della vita organica, in riferimento ad un soggetto cosciente ed autocosciente che chiamiamo io. Questo non esclude che possano esistere altre forme di coscienza e di attività mentale in dimensioni diverse da quella fisica, in grado di esercitare un certo grado di influenza e di controllo anche sugli organismi viventi in questo nostro mondo: tuttavia questa ipotesi non può avere l'affidabilità e la certezza richieste ad una teoria conoscitiva dimostrabile, proprio perché si fonda su un'estensione arbitraria di quanto possiamo conoscere della dimensione in cui viviamo attualmente ad altre dimensioni che per noi restano enigmatiche. Nella sua interessante ed accurata esposizione della teoria quantistica dei campi nel libro La realtà non è come ci appare (Raffaello Cortina Editore, 2014), il fisico italiano Carlo Rovelli, nato nel 1956, sottolinea come sia praticamente impossibile per le risorse intellettive della nostra mente capire veramente la fisica quantistica (che sembrava assurda perfino ad Einstein). Anche Richard Feynman (1918-1988), il celebre fisico americano che ha dato un notevole contributo allo sviluppo dell'elettrodinamica quantistica, scriveva: “Penso si possa dire che nessuno capisce davvero la meccanica quantistica». Non ci resta dunque che prendere atto delle straordinarie capacità predittive delle funzioni matematiche su cui essa si fonda, confermate da un gran numero di esperimenti. Ad una scala estremamente piccola, gli esperimenti condotti confermano che la realtà del mondo fisico è granulare, cioè costituita da quantità indivisibili di energia, di particelle (energia sotto altra forma) e di spazio-tempo (gravità quantistica). Tutte le variabili fluttuano in continua vibrazione, ed il loro apparire in un luogo o nell'altro quando viene condotto un esperimento per determinare, per esempio, la posizione di un elettrone, non può essere previsto in alcun modo, anche se il campo quantistico (funzione d'onda) ci dà un quadro della probabilità che la particella compaia in una certa regione dello spazio (per esempio il 90%, nel caso degli orbitali atomici degli elettroni). Questo indeterminismo è inevitabile quando gli esperimenti hanno lo scopo di determinare le proprietà di poche particelle a scala atomica o molecolare, in quanto a quella scala gli esperimenti stessi sono costituiti da interazioni tra campi quantistici. Dunque la teoria quantistica non descrive l'essenza di una realtà considerata come indipendente dall'osservatore, ma solo le modalità con cui i diversi campi di probalità intergiscono e si influenzano reciprocamente (collasso della funzione d'onda) nelle relazioni tra sistemi fisici. Ovviamente, quando gli esperimenti vengono eseguiti a scale che comprendono miliardi e miliardi di particelle e di quanti di energia, i risultati sono determinati dalla stabilità globale del sistema (garantita dalla probabilità statistica) che è alla base della fisica classica. Non si deve perdere di vista lo strano effetto che l'estrema specializzazione attualmente richiesta per far avanzare le conoscenze nell'uno o nell'altro campo di ricerca ha sulla mente umana: il fisico quantistico, per esempio, può identificare la realtà con quel particolare aspetto che egli sta indagando, dimenticando la complessità informatica che sta alla base della costituzione e dell'evoluzione degli organismi viventi, che pure rappresenta un elemento fondamentale dell'esperienza della vita umana. In modo analogo, anche un biologo può identificare la realtà con l'informazione codificata nel DNA, senza considerare la complessità con cui la frammentazione della vita in una moltitudine di organismi individuali determina l'organizzazione e la conflittualità che riscontriamo in natura, ed anche nella psiche umana. Alla luce di queste considerazioni preliminari sulla fisica quantistica, esaminiamo adesso le idee esposte da Faggin nel suo libro, per vedere quali aspetti della sua teoria possono essere interessanti e stimolanti e quali possono essere oggetto di valutazioni critiche, anche in relazione alle sintonie della polarità positiva della psiche umana da cui hanno origine. Nel capitolo 9 (Un nuovo modello della realtà) l'autore attribuisce in qualche modo alla Natura facoltà come la coscienza ed il libero arbitrio («Se la Natura è cosciente e ha libero arbitrio, come suppongo, le leggi fondamentali della fisica devono essere indeterministiche e probabilistiche, proprio come lo sono le leggi della fisica quantistica»), senza ulteriori chiarimenti su cosa si deve intendere per coscienza e libero arbitrio: si ha dunque l'impressione che questi termini vengano utilizzati nel senso in cui l'io cosciente di un essere umano li interpreta alla luce della propria esperienza personale. Evidentemente non si tratta di risorse e di energie che possono essere misurate e quantificate. Faggin propone poi un modello olistico dell'universo: «Nel modello che propongo... la coscienza, il libero arbitrio e la vita esistono sin dall'inizio, come semi all'interno di un Tutto olistico che contiene anche le proprietà fondamentali che permettono l'evoluzione dell'universo inanimato». Questo Tutto olistico viene poi chiamato Uno. L'idea di un universo olistico governato dalle leggi della fisica quantistica (che, ricordiamolo, sono state elaborate dalla mente umana per interpretare ciò che accade ai livelli atomici della realtà) non è una novità: era stata già proposta dal fisico statunitense David Bohm (1917-1992) nel suo libro Universo Mente Materia, pubblicato nel 1980, che può essere scaricato dalla Biblioteca. L'idea era stata poi ulteriormente elaborata dallo scrittore americano Michael Talbot (1953-1992) in un libro che ebbe un discreto successo di vendite: Tutto è uno (URRA, 1997), la cui edizione inglese originale del 1991, The Holographic Universe, può essere scaricata dalla Biblioteca. Faggin, così come Bohm, ipotizza l'esistenza di una realtà fondamentale fatta di campi quantistici allo stato puro (cioè non eccitati a causa delle loro interazioni reciproche), le cui manifestazioni nello stato fisico, dovute al fatto che possono interagire tra loro, sono oggetto della percezione, dell'indagine e dell'interpretazione da parte dell'intelligenza della mente umana, così come essa si manifesta nella dimensione della nostra vita organica. I campi quantistici allo stato puro sono una moltitudine, riconducibile anzitutto all'Uno, dal quale tutti gli altri derivano, e poi alle emanazioni elementari (come quelle dei campi che danno origine agli elettroni o ai fotoni), alle quali Faggin fa riferimento chiamandole unità di coscienza (UC), alle quali attribuisce una forma più o meno limitata di libero arbitrio: «(Le UC) sono campi coscienti con libero arbitrio e identità che comunicano tra di loro per approfondire la conoscenza di sé». Dalle interazioni tra i campi quantistici elementari hanno origine nuovi campi quantistici via via sempre più complessi, ciascuno dei quali dotato di nuove proprietà e di forme di coscienza e di intento più evolute. L'autore definisce seity ognuno di questi numerosi campi quantistici, ai quali attribuisce lo scopo di approfondire la conoscenza di sé, e dunque dell'Uno. Si tratta di un quadro la cui interpretazione è tutt'altro che semplice, e la cui verifica sperimentale presenta, a mio avviso, difficoltà insormontabili. In particolare, mi sembra che Faggin consideri la teoria quantistica come qualcosa che rappresenta fedelmente la realtà, e non come una costruzione prodotta dalla nostra mente (ed in definitiva dalla psiche umana) per interpretare nel modo più coerente possibile i risultati degli esperimenti condotti su una realtà che resta per noi enigmatica ed indecifrabile nella sua essenza. Anche David Bohm presenta un'interpretazione olistica dell'universo, basata sulla sua profonda conoscenza della fisica quantistica, ma il suo approccio, così come esposto nel libro sopra citato, è molto più cauto, dato che si confronta fin dall'inizio col problema posto dalla capacità e dalla possibilità delle facoltà rappresentative, intuitive ed intellettive della mente umana di interpretare correttamente la realtà. Per Bohm la fisica quantistica induce a considerare l'esistenza di un ordine implicito unitario, da cui ha origine e scaturisce quell'ordine esplicito della realtà che noi possiamo osservare, investigare ed interpretare alla luce delle risorse della nostra mente, anch'esse determinate dall'ordine implicito. Dunque sia la teoria di Bohm che quella di Faggin cercano di mettere in evidenza e di sostenere l'unitarietà olistica che sta a fondamento di ogni aspetto della realtà, aggiungendo la considerazione – più esplicita da parte di Bohm – che anche la mente umana deve interpretare la propria esistenza nell'ambito di tale unitarietà: in questo senso, almeno, penso che si debba interpretare l'affermazione di Faggin quando sostiene che lo scopo dell'Uno è quello di conoscere se stesso mediante le varie forme determinate dalle sempre più complesse organizzazioni delle seity e le esperienze coscienti che ne derivano. Tuttavia quest'interpretazione presenta non poche difficoltà, con le quali hanno dovuto fare i conti tutti coloro da cui è stata sostenuta fin dagli albori dello sviluppo filosofico del pensiero umano. Infatti, a meno di non voler considerare l'ordine esplicito della realtà una forma di illusione determinata dai nostri sensi e dal funzionamento della nostra stessa mente (così come sostenuto da quelle correnti filosofiche orientali che hanno elaborato il concetto di maya) dobbiamo affrontare le conseguenze che la frammentazione dell'Uno produce sulle stesse facoltà funzionali ed interpretative della mente umana, in particolare per quanto riguarda i riflessi che tale frammentazione ha sul coinvolgimento dell'io cosciente da parte di differenti sintonie della psiche. Sotto questo profilo, entrambe le teorie presentano una certa ingenuità, in quanto risulta evidente come l'io cosciente dei loro autori sia sotto l'influenza della polarità positiva della psiche, anche se di quando in quando sia Bohm che Faggin sembrano rendersi conto di questo fatto. È difficile interpretare la frammentazione dell'Uno alla luce delle sintonie della psiche umana Quando si cerca di interpretare la totalità di quello che viene considerato come reale, non si dovrebbe mai dimenticare che le facoltà della mente umana quali coscienza, volontà ed intelligenza – così come vengono sperimentate e conosciute dal nostro io cosciente – sono fenomeni limitati al nostro mondo, cioè al pianeta Terra, dato che non abbiamo nessuna informazione su come la vita abbia potuto eventualmente svilupparsi su altri mondi di questo universo. Sotto questo aspetto, Bohm sembra essere molto più consapevole di Faggin in merito alle insidie da affrontare nell'elaborazione mentale di teorie del tutto, dato che dedica l'intero terzo capitolo del suo libro (La realtà e la conoscenza come processo) all'esame delle difficoltà di poter fare affidamento sulle costruzioni della nostra mente quando si affronta qualcosa che va oltre i limiti delle nostre capacità di comprensione. La soluzione proposta da Bohm per risolvere questo problema mi sembra davvero interessante. Ma nell'ambito della nostra esperienza umana (con tutti i limiti che essa presenta) dobbiamo affrontare un'altra difficoltà per la quale non è stata ancora trovata una soluzione soddisfacente: la frammentazione dell'Uno, infatti, non determina solo esperienze creative fondate sull'armonia e sulla concordia delle parti, ma anche esperienze di disaccordo, di ostilità, di conflitto, di prevaricazione e di distruzione. La nostra esperienza cosciente registra questi eventi già nell'ambito della natura, prima ancora cioè che la loro interpretazione da parte della nostra psiche determini un'attività umana. Infatti, come già evidenziato nella pagina sull'Universo e la natura del blog 2020, spesso i fenomeni naturali non mostrano alcuna attenzione nei confronti del destino dei singoli individui: mentre la competizione per le risorse da parte degli organismi o dei loro raggruppamenti è la regola, la natura si è sbizzarrita non solo nel creare predatori che possono sopravvivere solo nutrendosi delle prede, ma anche nell'elaborare complesse e sofisticate forme unicellulari di vita parassitaria che determinano malattie e sofferenze di ogni genere per altri esseri organici. Queste caratteristiche della vita organica si riflettono, ovviamente, sulle dinamiche intrinsecamente bipolari della psiche umana, della quale – come ho più volte evidenziato nelle pagine di questo sito – ognuno di noi sperimenta solo una gamma relativamente limitata di sintonie, determinata dal proprio destino personale. Questo destino, diverso per ogni individuo, può essere attribuito in parte alle caratteristiche genetiche dell'organismo ed in parte alle condizioni ambientali e socioculturali nelle quali l'organismo si forma, si sviluppa e riceve i programmi di istruzione e di condizionamento che la società gli trasmette. Si deve inoltre tener conto di quel quid complessivo di risorse di origine non ben determinata sulle quali l'io cosciente può fare affidamento via via che matura (come l'intelligenza, la volontà, la bellezza, l'energia, la tenacia, ecc.), che nel loro insieme contribuiscono a determinare la storia personale, considerata sia dall'esterno, in termini di manifestazioni comunicative, azioni e comportamenti percepiti dagli altri, sia come vita interiore, sperimentata solo da ciascun io cosciente. È anche opportuno ricordare che l'io cosciente del 95% degli esseri umani (e probabilmente si tratta di una stima per difetto) si identifica completamente o quasi con le dinamiche della propria psiche, quali che esse siano, al punto da esserne come prigioniero. Io ho chiamato questa condizione automa umano, precisando in questa pagina del blog 2019 cosa debba intendersi con tale espressione. Non disponiamo di nessuna informazione affidabile sulle ragioni e sulle finalità per cui le cose debbano funzionare in questi termini, e dunque possiamo solo prendere atto del potere esercitato dalla psiche umana nel determinare i destini dell'umanità nel suo complesso, che, col trascorrere del tempo, si traducono in ciò che chiamiamo la storia. Non di rado si ha l'impressione che anche le persone intelligenti, quando sono sotto l'influenza della polarità positiva della psiche, siano inclini a considerare coloro che sono soggetti alla polarità negativa della stessa quasi come vittime di un inganno, alle quali sarebbe sufficiente spiegare ragionevolmente e con garbo come stanno effettivamente le cose per ottenere un cambiamento di orientamento e, per così dire, una conversione verso la polarità positiva. Non si può negare che in qualche caso questo è quanto effettivamente avviene, ma non è la norma. L'orientamento stesso della polarità positiva della psiche spesso induce a ritenere ingenuamente che le sintonie degli altri siano più o meno simili alle nostre, e di conseguenza a credere o a sperare che ciò che ha un certo effetto su di noi possa avere un effetto analogo anche sugli altri. È vero che la grande maggioranza degli esseri umani (o degli automi umani) ha bisogno di ricevere dall'esterno, cioè da personalità dotate di sufficiente autorità e carisma, le istruzioni sulle forme di pensiero e di comportamento da adottare in accordo con le esigenze della propria psiche personale: probabilmente si tratta di un retaggio ancora molto diffuso dello spirito gregario per il quale affidiamo la sopravvivenza e la sicurezza del nostro organismo a figure che vengono considerate come guide, leaders o, come si usa dire oggi, influencers, in relazione all'uno o all'altro aspetto della vita sociale. A questo vanno aggiunti gli effetti più o meno ipnotici che determinati stimoli e segnali ripetuti hanno sulla mente umana, soprattutto in quelle circostanze in cui l'io cosciente è assoggettato alle dinamiche della psiche collettiva delle masse. Di tutto questo sono ben consapevoli i politici, i pubblicitari, gli intrattenitori dello spettacolo, e tutti coloro che sono in grado di esercitare una forma di potere (sempre determinata dalla psiche) sugli altri. Per questo molti sentono il bisogno di manifestare e partecipare le proprie idee ad una platea il più possibile ampia di pubblico, nella speranza di riuscire ad esercitare un effetto di persuasione. Tuttavia, è facile osservare che anche quando queste persone invitano gli altri a pensare con la propria testa, spesso vorrebbero che gli altri pensassero le stesse cose che pensano loro. Mi sembra che anche Faggin non sfugga a quest'esigenza di divulgazione della propria teoria presso un pubblico ampio: un'esigenza legittima e comprensibile, ma che dà l'impressione che egli stesso non sia del tutto convinto del valore scientifico della medesima, nonostante le sue dichiarazioni al riguardo; altrimenti potrebbe attendere l'esito di qualche esperimento di conferma per valutare le reazioni della comunità scientifica a quanto elaborato da lui e da D'Ariano. Sotto questo aspetto, David Bohm ha sempre dimostrato una maggiore cautela: anche nei suoi libri dedicati in parte alla spiegazione divulgativa della sua interpretazione olografica dell'universo ha sempre sviluppato con particolare cura l'esposizione scientifica di quanto aveva elaborato, destinata ai suoi pari, alle reazioni dei quali – sia che fossero positive, sia che fossero negative – prestava sempre molta attenzione, ribattendo punto su punto. Con questo non voglio sostenere che, nell'esporre la sua teoria, Faggin dica cose insensate, sbagliate o non condivisibili, anche perché in buona parte le sue elaborazioni sono analoghe a quelle da me presentate nelle varie sezioni di questo sito e nelle pagine di questo blog, pur se utilizzando una terminologia più tradizionale: in effetti, non vedo alcun vantaggio nell'utilizzare l'etichetta di seity anziché quella più classica di spirito. In ogni caso non ritengo che si tratti di teorie alle quali possa essere attribuito lo stesso valore che noi riconosciamo alla conoscenza scientifica, data la loro natura essenzialmente filosofica. Aspetto dunque gli sviluppi futuri per capire se qualche esperimento confermerà la fiducia di Faggin, ricordando sempre quanto Bohm ha evidenziato con molta acutezze in merito al valore dei postulati della fisica quantistica quali rappresentazioni (relative e provvisorie) della realtà, al di là della loro indiscutibile efficacia come strumenti interpretativi degli esiti degli esperimenti condotti. L'impatto che la teoria di Faggin potrà avere sulla psiche umana nel suo complesso non sarà diverso da quello, molto limitato, ottenuto da altri divulgatori spiritualmente orientati verso la polarità positiva della psiche. Le masse continuano infatti a soddisfare le loro esigenze più o meno spirituali affidandosi ad organizzazioni consolidate come le religioni storiche, e solo un'esigua minoranza è dotata delle risorse intellettive necessarie per valutare in modo sufficientemente approfondito le implicazioni della fisica quantistica. Ancor più ridotto è il numero di coloro che possono fare affidamento sullo spirito critico necessario per affrontare il complesso problema dell'adeguatezza delle nostre risorse mentali nei confronti della comprensione dei vari aspetti di ciò che viene percepito, considerato ed interpretato come reale nel corso della nostra vita organica, così come ha cercato di fare David Bohm. Può darsi che il nostro autore abbia una percezione più o meno chiara delle difficoltà a cui andrà inevitabilmente incontro: infatti il suo terzo libro, Oltre l'invisibile, si differenzia dagli altri per il contenuto decisamente più didascalico, ed a tratti dogmatico, giustificato dall'esigenza di spiegare in maniera coerente e soddisfacente (e comprensibile ad una vasta platea di lettori) il modello con cui egli teorizza la natura della realtà. Tuttavia nel terzo libro sono presenti espressioni come: «invece di lasciarci indottrinare... se non si è disposti a riconoscere... purtroppo... temo che il mondo sia sull'orlo della rovina... occorre dunque una nuova scienza... sono quindi partito da un nuovo postulato... l'esperienza interiore è la sorgente di tutta la realtà... è la seity che decide che cosa verrà a fare sulla Terra... il metodo con cui i dittatori indottrinano il popolo per schiavizzarlo... se crediamo di essere solo l'ego... la creazione dell'ego fa parte della programmazione del corpo da parte della seity... penso che debba essere necessariamente così... è necessario riconoscere per ragioni inoppugnabili... le seity sono autocoscienti perché sanno di essere coscienti... la coscienza e il libero arbitrio esistono perché autoevidenti... devono capire che... bisognerebbe... ci dovrebbe essere... la teoria QIP è scienza, non è filosofia e neppure religione... è quasi certo che ci sia la reincarnazione... è la coscienza che capisce veramente... questi inganni verbali non sono innocenti... queste leggi, per essere efficaci, dovranno essere però applicate con rapidità e severità... postulando l'esistenza del libero arbitrio e della coscienza nei campi quantistici... basta volerlo insieme per arrivarci... credo che solo una visione unitaria potrà illuminare e guidare il cammino dell'umanità... allora l'atteggiamento verso la vita degli altri cambierà da competitivo-aggressivo a cooperativo-rilassato... quando si vuole capire senza secondi fini c'è sempre una risposta... ci dev'essere anche una sola spiritualità universale... la visione scientifica è pertanto senza speranza e senza prove... nel mio modello il male ontologico non esiste... ciò che chiamiamo "male" potrebbe proprio avere la funzione di portare a chiederci come mai ci è capitato quel male... se vogliamo avere un futuro migliore... possediamo tutte le doti per fare del bene... troveremo sempre delle scuse per mantenere lo status quo... moltissimi giovani sono interessati alla meditazione ed alla consapevolezza... raggiungere una massa critica di persone consapevoli in grado di risvegliare gli altri... in qualche modo noi, come enti coscienti, abbiamo deciso di volere un futuro migliore... dobbiamo credere in noi stessi, non a quello che ci dicono le "autorità"». E così via. Certamente queste frasi vanno lette nel contesto, e non sono di per sé indicative né di argomentazioni scorrette né di opinioni irragionevoli o non condivisibili. Non dimostrano però quella lucidità e quella cautela che ci si attenderebbe da una persona convinta del valore scientifico della propria teoria e pronta a prestare la dovuta attenzione alle valutazioni, anche critiche, da parte dei propri pari, e ad escogitare gli esperimenti più idonei per verificare la falsificabilità della teoria, in modo da poterla accreditare scientificamente. Come ho già evidenziato nelle pagine di questo sito, il metodo scientifico non può essere applicato ad ogni aspetto di ciò che noi consideriamo come realtà, ed il nostro desiderio di conoscenza spesso resta insoddisfatto di fronte all'impossibilità di ottenere risposte adeguate ed affidabili alle tante domande che ci poniamo. Per far fronte al disagio derivante dalla constatazione di questa condizione di impotenza, l'io cosciente spesso fa ricorso alla propria psiche per ottenere qualche surrogato di conoscenza che gli sia di conforto e, in base alla propria gamma di sintonie mentali, riceve ora l'una ora l'altra risposta, che può valutare come più o meno adeguata alle proprie esigenze. Ma proprio a causa della pluralità e dell'inaffidabilità delle varie elaborazioni generate dalla psiche umana, il metodo scientifico richiede alle teorie proposte una capacità di predizione degli esiti di esperimenti predisposti ad hoc, prima di accettarne (almeno in via provvisoria) la validità. Sotto questo aspetto, la teoria dei campi quantistici di probabilità in un certo senso sta segando il ramo su cui lo stesso metodo scientifico si appoggia, in quanto certifica – almeno in alcuni ambiti – l'impossibilità di predire determinati risultati degli esperimenti di misurazione che vengono effettuati. Einstein lo aveva previsto già da tempo. Le incerte implicazioni del tempo Se ho ben compreso, Faggin (come altri prima di lui, compreso David Bohm) ipotizza l'esistenza di una realtà implicita, nella quale egli ritiene che esistano numerose entità, sotto forma di campi quantistici (seities), alle quali attribuisce coscienza e capacità di decidere (libero arbitrio), le cui interazioni determinerebbero i vari aspetti della realtà fisica del nostro mondo e del nostro universo, comprese tutte quelle forme organiche da lui definite informazione viva. Si può osservare che l'esistenza di un'entità (o di una pluralità di entità) appartenente ad una dimensione distinta da quella dell'universo fisico poteva già esser dedotta dalla fisica classica, attribuendo un'origine alle leggi vigenti nell'universo stesso, pur nella consapevolezza che tale entità non poteva esser oggetto di conoscenza scientifica. Dunque non è chiaro con quale metodo e con quali strumenti Faggin ritenga che le seities possano essere conosciute scientificamente, se non attraverso i loro effetti fisici, dato che qualsiasi esperienza interiore resta sempre soggettiva, impermanente, solo parzialmente comunicabile e – per sua natura – di incerta interpretazione. Inoltre, molti processi fisici complessi, come ad esempio la morfogenesi dell'uovo fecondato che si trasforma in embrione ed in feto, non implicano automaticamente né la coscienza né il libero arbitrio: infatti in questi casi Faggin è costretto a ricorrere alla coscienza ed al libero arbitrio delle seities intelligenti che controllerebbero questi processi da un'altra dimensione. È un'ipotesi senz'altro interessante e plausibile, che può anche essere condivisa, senza che tuttavia rappresenti un passo avanti dal punto di vista della conoscenza scientifica, dato che noi umani non possiamo oggettivamente conoscere nulla di quanto accade nella dimensione delle seities. Una critica di fondo che si può muovere alla teoria di Faggin è che essa mescola fenomeni che avvengono nel tempo, quali sono quelli che riscontriamo ed interpretiamo nella realtà della nostra dimensione fisica, con processi che avvengono in un'altra dimensione, nella quale non sappiamo se il tempo esista nello stesso modo in cui noi lo percepiamo qui. Per esempio, noi riteniamo che dal plasma iniziale si siano formati i primi atomi più semplici, poi, nelle stelle, gli atomi più complessi, poi, in opportune condizioni, le molecole delle varie sostanze, dapprima semplici e poi sempre più complesse, ed infine abbia avuto svolgimento, sul nostro pianeta ed eventualmente su altri mondi, quello straordinario processo che noi chiamiamo evoluzione della vita. In base alla nostra esperienza del fluire del tempo, noi attribuiamo ad ogni evento o fenomeno un prima, nel quale quell'evento o quel fenomeno non erano ancora presenti, ed un dopo, in cui possiamo registrarne la presenza. Nella sua teoria, Faggin riconduce questi processi creativi alla dimensione delle seities, la quale, ricordiamolo, non è quella del mondo fisico in cui noi registriamo ed interpretiamo gli effetti di tali processi. Queste forme di creatività, cioè di incremento di complessità e di informazione, che noi percepiamo come eventi che accadono nel tempo, sono attribuite da Faggin ad un processo di incremento della conoscenza che si svolge nella dimensione delle seities, con modalità che sono tutt'altro che chiare. Sotto un certo aspetto, sembra che l'autore voglia attribuire alle seities forme di comunicazioni e scambi di informazione analoghi a quelli che riscontriamo tra noi esseri umani coscienti. Per esempio, egli sostiene che quando la seity del campo quantistico degli elettroni interagisce con la seity del campo quantistico dei protoni si forma una nuova seity, quella del campo quantistico dell'atomo di idrogeno, i cui effetti nella dimensione fisica presentano nuove proprietà rispetto a quelle tanto dell'elettrone quanto del protone. Ma questa, più che una teoria conoscitiva di quello che noi effettivamente riscontriamo nella realtà fisica, mi sembra un tentativo di spiegare l'ignotum per ignotius. Faggin non chiarisce se, nella sua teoria, il tempo stesso – così come viene percepito dal nostro io cosciente nella dimensione fisica – è determinato da una seity. Eppure il concetto stesso di tempo è oggetto di interpretazioni e di valutazioni che, alla luce della teoria della relativià di Einstein e della fisica quantistica, lo pongono ben al di là della nostra percezione intuitiva. Dunque quando Faggin afferma – nel capitolo 9 (Un nuovo modello della realtà) del suo libro Irriducibile – che «...la coscienza, il libero arbitrio e la vita esistono sin dall'inizio come semi all'interno di un Tutto olistico che contiene anche le proprietà fondamentali che permettono l'evoluzione dell'universo inanimato» dovrebbe specificare che il sin dall'inizio si riferisce al tempo come noi lo percepiamo all'interno della dimensione fisica, e non al Tutto olistico che esiste al di là del tempo. Più avanti l'autore scrive che «Ci dev'essere una ragione che giustifichi l'esistenza delle seity, e la più sensata che posso immaginare è che Uno voglia conoscere se stesso. Ma conoscere significa anche venire a esistenza. Ossia, conoscere è ontologico. Dunque ogni atto di autoconoscenza di Uno dà esistenza a quella parte di sé che Uno ha conosciuto, e questo nuovo ente, che ho chiamato seity, avrà lo stesso desiderio di conoscersi di Uno, e anche la libertà di poterlo fare... La creazione è quindi la continua ricerca di Uno di conoscersi sempre di più». Nell'edizione inglese di questo brano del libro è presente una frase che manca nella traduzione italiana: «In altre parole, conoscere significa anche portare all'esistenza effettiva ciò che è conosciuto, da uno stato di esistenza potenziale che contiene ciò che non è ancora conosciuto». Si tratta tuttavia di un processo che, nell'ambito dell'Uno, non si svolge nel tempo, dato che il tempo stesso è un'emanazione dell'Uno. Se così non fosse, l'esistenza del tempo sarebbe indipendente dall'Uno, impedendo a quest'ultimo di essere la totalità di ciò che esiste. In definitiva l'idea di Uno, così come ce la presenta Faggin, è essenzialmente antropomorfa: «L'unica "immagine e somiglianza" di Uno che conosciamo siamo proprio noi... Noi siamo parti-intero di Uno, e ciò vuol dire che Uno è dentro di noi e noi siamo dentro Uno». Quello che Faggin chiama Uno (e che io preferisco chiamare Spirito, con riferimento ad un'energia attiva in una dimensione distinta da quella del mondo fisico, dato che la mente umana non può abbracciare ogni aspetto di ciò che esiste) può essere dotato di una conoscenza che non solo comprende ogni esperienza interiore che ha coinvolto ogni io cosciente vissuto o vivente nel nostro mondo, ma probabilmente molto di più. Comunque questa conoscenza è già in sé completa, e non è soggetta al fattore tempo così come noi lo sperimentiamo nel corso della nostra vita organica. Infatti alcuni di coloro che hanno sperimentato una NDE riferiscono di come, una volta avuto accesso alla dimensione dello Spirito, abbiano ricevuto un blocco di conoscenza completa in grado di rispondere a qualsiasi domanda si presentasse nella loro mente in forma assoluta ed indubitabile. Ma, al momento di rientrare nel loro organismo, veniva detto loro che non avrebbero potuto portare con sé questa conoscenza, anche se avrebbero conservato il ricordo dell'esperienza di conoscere ogni cosa. Inoltre, la percezione del tempo da parte della maggior parte di coloro che hanno sperimentato una NDE è completamente diversa rispetto alla nostra normale esperienza umana. Io ho l'impressione che Faggin si affidi con una certa ingenuità alla psiche (alla propria psiche) per ipotizzare aspetti di una realtà che, proprio perché sfugge alle ordinarie facoltà percettive e sperimentali della nostra mente, puo essere intuita solo soggettivamente, e dunque non potrà mai essere oggetto di una conoscenza scientifica, in quanto le intuizioni soggettive possono variare in misura consistente da un io cosciente all'altro, soprattutto quando sono determinate da una particolare gamma di sintonie della psiche umana. Rimane il fatto che la possibilità che esista una specie di archivio in cui vengono conservate tutte le esperienze umane – consultabile dalle entità spirituali che vi hanno accesso in una dimensione diversa e separata dalla nostra – è una delle ipotesi che possono spiegare certe comunicazioni medianiche ed alcuni aspetti delle NDE. Faggin è dunque libero di attribuire ai campi quantistici allo stato puro (seities) una qualità da lui definita coscienza – che non è dimostrato che coincida con quella sperimentata dall'io di un essere umano – che non è quantificabile e non può essere misurata. Non è chiaro perciò per quale motivo tale attribuzione dovrebbe avere il valore di una conoscienza scientifica oggettiva, dato che lo stesso autore riconosce che la coscienza può essere sperimentata e conosciuta da una seity solo dall'interno e solo soggettivamente. Quanto al libero arbitrio, inteso come manifestazione di una volontà, esso risulta limitato, caso per caso, sia dalle leggi della fisica, della chimica e della biologia (che siano conosciute o meno da noi umani), sia dalle dinamiche statistiche che intercorrono tra miliardi e miliardi di particelle interagenti, con tutte le conseguenze che ne derivano, come Faggin stesso riconosce. In ogni caso, l'impossibilità di predirre i comportamenti di sistemi complessi, come quelli dell'organismo unicellulare del paramecio portato ad esempio da Faggin, potrebbe essere attribuita all'intelligenza di entità, aliene rispetto alla nostra dimensione fisica (alla quale appartengono anche i nostri organismi), capaci di mettere a punto programmi che vengono poi inseriti negli organismi o trasmessi agli stessi, senza che questi ultimi debbano necessariamente essere coscienti. In fondo, anche Faggin deve ammettere che la coscienza ed il libero arbitrio possono essere attribuiti solo alle seities, e non alle sostanze o agli organismi che rappresentano l'informazione viva mediante la quale le seities si manifestano nel mondo fisico, proprio per conoscersi mediante lo scambio di informazione. L'io cosciente degli esseri umani (e forse, in misura minore, anche quello degli animali superiori) rappresenta dunque un'eccezione, in quanto riesce ad elaborare in modo cosciente ed autocosciente forme di conoscenza, per quanto rudimentali e provvisorie, all'interno della realtà di questo nostro mondo fisico. Concludo dicendo che spesso le idee espresse da Faggin sono interessanti e stimolanti, tuttavia rientrano sempre nell'ambito delle elaborazioni soggettive determinate dalla psiche umana, il cui livello di verità viene stabilito sulla base della loro capacità di diffusione e di persuasione presso un pubblico più o meno ampio (come avviene per tutte le fedi religiose) e non sulla base di esperimenti scientifici oggettivamente verificabili. Questa ambiguità di fondo si riflette nelle preoccupazioni e nelle speranze manifestate dall'autore nel suo terzo libro divulgativo (Oltre l'invisibile), nel quale egli si interroga sul futuro dell'umanità, oscillando tra il pessimismo di chi considera la condizione presente come in gran parte determinata da uno scientismo essenzialmente riduzionista e materialista, e la speranza in una rinascita spirituale che possa condurre ad un radioso nuovo Rinascimento. Queste elaborazioni mentali che, di fronte alla complessità della condizione umana, con tutte le sue luci e le sue ombre, fanno appello alla speranza in un futuro migliore ed alla cosiddetta buona volontà di tutti coloro che vogliono e vorranno impegnarsi per realizzarlo, sono tipiche della polarità positiva della psiche umana. Uno studio anche sommario della storia – passata e recente – ci mostra come, mentre l'io cosciente di molti esseri umani si è sempre dimostrato sensibile a tali sintonie più o meno illusorie della psiche, la polarità negativa della stessa psiche non è rimasta con le mani in mano, coinvolgendo altri esseri umani nelle proprie dinamiche. In questo sito sono state esaminate in modo sufficientemente approfondito le varie dinamiche con le quali il bipolarismo intrinseco a quella particolare energia che noi chiamiamo psiche umana determina, mediante la frammentazione della coscienza in miliardi di entità individuali e tramiite i raggruppamenti che ne derivano, i contrasti ed in conflitti anche violenti e distruttivi che caratterizzano la nostra vita individuale e collettiva. Dunque nessuna teoria della coscienza potrà essere considerata affidabile e consistente se non sarà in grado di confrontarsi in modo autenticamente conoscitivo con le dinamiche della psiche umana, garantendo all'io cosciente effettive capacità di controllo sulle medesime.
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